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SUPERLUOGHI
Le palestre della
rassegnazione
«I centri
commerciali? Un rifugio collettivo dove sfuggire alla paura del
vuoto e coltivare l'indifferenza: il sogno comune di borgatari e
borghesia». Intervista allo scrittore Walter Siti: «Come nei
reality show, vi si confondono artisti e impostori»
Eleonora Martini
Pochi come
Walter Siti hanno saputo raccontare, sia pure nella forma di
romanzo, le borgate romane e chi le abita. A cominciare dal
titolo, Il Contagio, il suo ultimo libro teorizza l'inversione
del processo, che Pasolini descriveva quasi 40 anni fa in
Petrolio, di «borghesizzazione del proletariato» attraverso
l'accesso alla società dei consumi.
Oggi, lei sostiene, è la borghesia che si sta «imborgatando».
Quanto ha influito, su questo, la trasformazione delle modalità
di consumo introdotte dai centri commerciali?
Tanto. Ed è
quasi buffo notare che nel momento attuale di forte crisi la
sinistra dimentichi le sue tesi di fondo, mai così vere.
L'analisi che fece la sinistra hegeliana - per non fare il nome
di Marx e di Engels - su come la gente pensi in base a come
vive, è oggi più vera che mai, ma ce la siamo dimenticata. Da 20
o 30 anni le persone si sono abituate a vivere da una parte non
avendo più l'idea che tra un desiderio e la sua realizzazione
devono passare delle mediazioni culturali, e dall'altra a
frequentare posti come i mall americani, dove si gode di
un'eterna primavera, c'è sempre l'aria condizionata, e tutto
sembra una specie di paradiso - come diceva Baudrillard già
negli anni '70. Che cosa sono i centri commerciali, se non la
prosecuzione dell'idea ottocentesca dei grandi magazzini?
Un luogo,
cioè, dove non vai per comprare quello che ti serve ma viceversa
per sapere cosa c'è da desiderare. Cambia il rapporto tra
desiderio e realizzazione: prima vedi la cosa e poi ti fai
nascere il desiderio di possederla. Gran parte del romanzo di
Émile Zola Au bonheur des dames (Al Paradiso delle signore) è
dedicato proprio a questo: all'inversione culturale che nasceva
dal costume di andare in un posto non per comprare ciò che ti
serve ma per guardare le cose e scoprire ciò di cui hai bisogno.
Nasceva così l'idea che le mediazioni per arrivare a soddisfare
un desiderio sono inutili. Di colpo quindi la cultura umanistica
che nasce da un meccanismo di sublimazione, dalla necessità di
consolare un desiderio non realizzato, non serve più. Man mano
che ci si abitua a considerare le mediazioni totalmente inutili
e contemporaneamente a ricevere un'offerta troppo vasta, si ha
un progressivo azzeramento culturale, che è il fenomeno più
spaventoso, alla base della crisi attuale. I centri commerciali
sono la realizzazione in termini di merci del generale
azzeramento culturale.
Sta
sostenendo che i più convinti frequentatori dei centri
commerciali sono i meno acculturati?
Beh, è il
cerchio che si chiude. Le persone che ancora hanno in testa una
gerarchia culturale non si trovano a proprio agio nei centri
commerciali. Mentre se per esempio non si percepisce la
differenza tra un oggetto d'arte e una copia, tra una cosa di
buon gusto e di cattivo gusto, allora sì che ti sembra davvero
il paradiso. Sono luoghi insomma a misura di chi non ha gli
strumenti per distinguere, oppure per la piccola borghesia che
ormai è in una fase di declino culturale spaventosa.
Però
in qualche modo il centro commerciale è anche il luogo dove il
borgataro e il borghese sono sullo stesso piano, escludendo
semmai le fasce estreme della società, i più poveri e i più
ricchi. Non è così?
Non proprio
del tutto. Gli studenti per esempio spesso sono i primi a
stufarsi perché ancora avanzano qualche pretesa. Mi sembra che
uno dei segreti dei centri commerciali è proprio
l'interclassismo, il fatto che ti diano a un prezzo basso
l'illusione del lusso, l'impressione di poter accedere a una
fetta di ricchezza e sciccheria, è il luogo della festa di chi
aspira a vivere come un ricco.
Nel
libro lei racconta come gli abitanti delle borgate provino una
sorta di «timidezza verso il centro città», sentita come «terra
incognita», dove quello che c'è «non è roba loro». Quanto
influisce, nello scegliere di frequentare il centro commerciale,
quello che lei chiama l'«odore della paura»?
È chiaro che
se non hai la possibilità di discriminare tra una madonnina in
gesso e la Pietà di Michelangelo, perché vedi la stessa forma e
ti danno le stesse emozioni, allora il centro di Roma ti appare
molto ingombrante, non sai cosa guardare e contemporaneamente ti
ci muovi male: non c'è parcheggio, ti imbarazza molto, senti
davvero che non è roba tua. Ma i centri commerciali non sono
solo un fenomeno urbano, ce ne sono molti anche nei piccoli
paesi dove vedi coppie di fidanzati entrarvi la domenica mattina
e uscirne la sera. È l'attrazione per il multitasking, per la
possibilità di fare tante cose contemporaneamente, per questa
specie di horror vacui per cui cinque minuti di vuoto ti creano
il panico. Nel centro commerciale si può fare di tutto: col
telefonino fotografi una cosa e la mandi all'amica che non è
ancora arrivata, intanto sei già in fila per il biglietto per il
cinema e poi mandi l'altra tua amica a prenotare il ristorante:
hai l'impressione di una vita piena e questo è importante perché
colma uno degli orrori attuali.
Però
è anche la nuova piazza, dove nascono forme di socialità.
No, io ho
l'impressione che non sia neanche più una piazza. La piazza
intesa nel senso classico era il luogo dove si andava con un
atteggiamento attivo, per incontrare qualcuno, per fare
qualcosa. Ho l'impressione che il centro commerciale sia invece
come una specie di rifugio collettivo, un luogo da frequentare
con un atteggiamento passivo, vai lì perché sai che ci
penseranno loro a proporti qualcosa da fare e a farti star bene.
È una specie di circo dove le attrazioni le decidono gli altri.
In
un episodio del suo libro lei racconta che nel centro
commerciale ormai si spaccia anche cocaina. Il luogo si adatta
bene ad una droga che, come dice lei, «funziona come collante
sociale perché integra nel nome di emozioni condivise e
socialmente non riprovate».
Ci sono
altri luoghi più adatti allo spaccio di sostanze, ma in senso
metaforico sicuramente sì, la cocaina e i centri commerciali
sono due cose omologhe. Entrambi riempiono l'horror vacui di cui
parlavamo.
Lei
dice: «per i borgatari il consumismo è spettacolo visto dal
basso», cosa che «sta diventando vera anche per la borghesia
estromessa dalla plancia di comando globalizzato».
Sì, dicevamo
dell'illusione di sciccheria che ti porta a comprare anche le
cose inutili, come fanno i ricchi. Quindi per esempio comprare
un angioletto dorato può essere una cosa chic se la mamma di
Miguel Bosé fa la collezione di angeli. Oggi la televisione è
l'equivalente del passaggio in carrozza dei cardinali a cui
assisteva il popolino romano. Quel che è cambiato è che, mentre
prima il popolano sapeva che non avrebbe mai potuto diventare
cardinale, adesso si illude che potrebbe diventare un
personaggio televisivo, basta trovare le entrature giuste. In
borgata si può passare giorni a parlare dell'incontro fatto al
supermercato con «uno della televisione». I centri commerciali
lo sanno e spesso organizzano le visite pubblicizzandole
dappertutto. Insomma, non solo accedo al lusso, ma incontro
anche il bel mondo e magari mi ci faccio pure fotografare
assieme.
Che
relazione c'è tra la cultura dei reality e dei talent show e la
sottocultura dei centri commerciali? È da questo binomio che
nasce l'aberrazione che lei descrive: «Tra una realtà concreta
ma deprimente e una rappresentazione seducente ma immaginaria,
scegliamo la seconda»?
I due mondi
condividono delle caratteristiche di fondo: l'incapacità di
distinguere i valori estetici e di saper essere una voce fuori
dal coro e l'ottundimento da eccesso. Come nei varietà, sotto
una comune categoria di «successo», si confondono artisti e
impostori, così le merci di design raffinato e le patacche si
confondono all'insegna del «glamour a buon mercato». Il bello e
il brutto vengono decisi a maggioranza. Mentre negli anni '80 e
'90 i sociologi vedevano i centri commerciali come i non-luoghi
in cui l'irrealtà post-moderna faceva la sue prove, ora ho
l'impressione che si dovrebbero studiare come le palestre
dell'odierna rassegnazione, come luogo dell'indifferenza di
tutti i valori.
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