Io me lo ricordo bene …

bozza in fase di revisione

Qui chi vuole può inserire dei pensieri sugli amici che non sono più con noi.
Nella mail possono essere allegate anche immagini.

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Lucia Serio

Lucia ci ha lasciato dopo una vita di sofferenze e di dolore

Lucia non ha mai visto, faticava a camminare ed a parlare per una terribile malattia.
Eppure durante le escursioni fatte insieme, la sua dignità e forza d’animo ci hanno sostenuto nei momenti di difficoltà.
Ti ringrazio per averti conosciuto, ho capito che se siamo forti dentro possiamo vincere tutto.

Ciao Lucia,
Fabio

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Gianfranco Becchere

Come lo ricorda Antonio Citti
(fondatore di Sentiero Verde)

“Pochi tra gli escursionisti non hanno conosciuto o sentito parlare di Gianfranco Becchere: una persona veramente straordinaria.

Straordinaria la sua modalità di affrontare le cose della vita così come un’avventura in montagna. Proiettato in avanti, verso la meta prescelta ma con i piedi per terra, concretamente concentrato sul cammino e sugli ostacoli da superare o aggirare, senza pretese né arroganza.

La semplicità e la grande capacità di farti comprendere il percorso non sminuendone né ingigantendone le difficoltà ma ponendosi umilmente il quesito: posso farcela? come?

Un altro aspetto del suo carattere il grande amore per il suo territorio: la Tuscia, così dolce e così inquietante, forre spine e dirupi alternati a pianori torrenti e frutteti, castelli e necropoli, borghi cinti da mura e vicoli tortuosi, vini aspri e acque acidule, vulcani placati e ancora vivi nei fenomeni termali e le polle sulfuree, caratteri ruvidi e sanguigni un po’ schivi e un po’ esagerati, una storia antichissima alle spalle.

Carattere un po’ come quello di Gianfranco, generoso, pronto alle novità e a mettersi in gioco per andare avanti, ma capace anche di fermarsi ad allungare una mano a chi resta dietro.

Non è facile trovare qualcuno a cui potersi affidare, a cui affidare anche la propria vita. Gianfranco ti donava questa silenziosa garanzia nel breve tempo in cui entravi in contatto con lui per iniziare un percorso azzardato, cercando ogni volta di superare un po’ i propri limiti ma senza strafare.

Ricordo tra le altre una sua impresa particolare: la traversata invernale in solitaria del Massiccio del Gran Sasso, affrontata da pochi altri con successo.
Nel CAI e nel Soccorso Alpino da sempre, in Sentiero Verde e poi come Istruttore Nazionale nella FIE Lazio, ha addestrato centinaia di futuri accompagnatori con il valido supporto della sua compagna e AEN Stefania Arcipreti, con l’obiettivo di fornire tecniche e strumenti per la progressione in sicurezza all’escursionismo avanzato.

Altre centinaia di escursionisti l’hanno conosciuto come guida appassionata e tranquilla nei percorsi più impegnativi e più tecnici.
Non esagero se affermo che Gianfranco può essere preso ad esempio come accompagnatore e come escursionista ma anche soltanto come uomo.
E io lo voglio ricordare come amico e quasi come un fratello maggiore, nei momenti in cui, nella cantina scavata nel tufo della casetta a Soriano al Cimino, parlavamo dei programmi futuri, dei viaggi, dei nuovi itinerari, mentre orgogliosamente mi riempiva il bicchiere del vino fatto con le sue mani, forte, buono, saporoso, sanguigno come lui e sorrideva stringendo gli occhi.”

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Il saluto di Paolo Piacentini
(presidente Federtrek)

Ciao Gianfranco, anche tu ci hai lasciati per il tuo viaggio più misterioso, siamo sicuri che starai già salendo altre vette a noi ancora sconosciute.

Tutti ti ricorderanno per la tua saggezza e la grande umanità fatta di poche parole e tanti atti concreti. Uno dei segni indelebili che porto nel cuore è la bellissima esperienza del trekking sulla Laga.

Tu e Stefania, in un idillio perfetto, davate sicurezza al gruppo, anche li con discrezione ma sempre come punto di riferimento fondamentale. L’ amore per la montagna ti ha accompagnato anche in questa lunga sofferenza e la tua voglia di vincere ti faceva dire ogni giorno che una volta guarito avresti desiderato accompagnarci su qualche meraviglioso nevaio; sarebbe stato fantastico rivivere insieme le emozioni forti di un vento freddo sul viso mentre gli sguardi osservano orizzonti infiniti, dopo una salita accompagnati dal tuo silenzioso coraggio.

Ne sono sicuro, vedremo il tuo sorriso ogni volta che in solitaria su una vetta ci fermeremo tra la neve a guardare il cielo in contemplazione .
Ancora un grande enorme abbraccio carissimo Gianfranco, rimarrai per sempre nei nostri cuori.

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L‘ ULTIMA ESCURSIONE DI GIANFRANCO

Quelle che seguono sono emozioni che ho percepito il giorno in cui ti abbiamo salutato per l’ultima volta, caro, amato Gianfranco. E’ stato il giorno che ricorderò per sempre come quello in cui ci ha guidato, ancora una volta, nella tua ultima escursione.

Devo confessarlo: quella mattina ti ho trovato bellissimo!

L’ ennesima escursione che ci avevi proposto di fare tutti insieme, era solo l’ultima delle tue invenzioni. L’ultima ad esserti balenata in testa e tu eri già pronto da ore.
Quando siamo arrivati all’appuntamento, tardi, il sole era già troppo alto nel cielo di quella splendida giornata d’inverno ma tu, come sempre, non hai battuto ciglio.

Ti sei presentato, come al solito, in tenuta impeccabile, addirittura elegante nel tuo abito preferito: quello da montagna.
Mi ricordo che ai piedi indossavi un paio di scarponi gialli, nuovi, immacolati. Secondo me li avevi acquistati diverso tempo prima. Chissà da quanto aspettavi l’occasione giusta per tirarli fuori?

Quegli scarponi mi hanno fatto pensare a due bambini, a due fratelli gemelli pronti a correre, per la prima volta nella loro vita, sopra la neve fresca e ad affondarci dentro, emozionati e felici di trovarsi proprio lì.
Nelle grandi mani nodose, in quelle mani che, da sole, ci avevano raccontato la tua vita, stringevi invece, la più bella e, sono sicuro, l’unica cravatta che mai avresti potuto indossare: un cordino da ferrata, annodato, con tanto di moschettone appeso.

Dopo averti salutato ti ho chiesto: “Beh, che si fa quest’oggi?” – “Dai, dimmi con quale strampalata idea in testa ti sei addormentato ieri sera!”.
Non mi hai risposto.

Ho capito che nascondevi un segreto, forse una nuova sorpresa e, allora, sono rimasto anch’io in silenzio.
Del resto ti sei sempre divertito a stupirci, a lasciarci attoniti, increduli di fronte al racconto delle tue avventure o alle tue proposte fuori dal comune.
Mi sono fidato e, ancora una volta, alla cieca, ti ho seguito e basta. Anzi, ti abbiamo seguito.

Quella mattina nell’aria c’era vento di tramontana ed era freddo. Un freddo come mai lo era stato per tutta quella stagione.

Il cielo era azzurro, terso. Neanche l’ombra di una nuvola osava impedire la vista, in lontananza, delle nostre amate montagne.

Anche loro, per l’occasione, si erano vestite con l’abito della festa, quello bianco dell’inverno e della neve.

Sì, quella era proprio la giornata giusta per venire in montagna con te!

E devono essere stati in tanti a pensarlo perché, quella mattina, non ce la facevi più a contarci uno per uno. Spuntavamo da ogni angolo, ti circondavamo, mentre mani e braccia amiche, che non lo facevano più da tempo, si stringevano forti fra di loro in centinaia e centinaia di saluti reciproci.
Che emozione! Che festa!

Tu non avevi preparato un elenco di partecipanti, sarebbe stato impossibile pensare di fare un appello: non saremmo mai riusciti a partire.
“Sei stato davvero in gamba!” – ti ho detto.

“Tu, che hai sempre amato talmente tanto la libertà, da assecondare ogni volta il disegno del destino, senza mai fare troppi calcoli, stavolta hai proprio organizzato benissimo!” – “Guarda che successo!”.
Ancora una volta non mi hai risposto.

Ad un tratto però, devi aver detto qualcosa, forse hai fatto un cenno, anche se io non l’ho né visto, né sentito.

Mi sono ritrovato a seguirti a piedi, ancora una volta, insieme con gli altri, in una sorta d’interminabile corteo fatto di amici e facce conosciute, in quella che si preannunciava come la più grande escursione a cui avessi mai partecipato.

Perché tu, improvvisamente, ti sei avviato deciso verso la campagna.
E’ vero, adesso che ci penso bene, c’era qualcosa di strano.

Mi ricordo che camminavamo ma non era un gran bel sentiero quello che calpestavamo, era asfalto. D’accordo, c’era la natura tutta intorno, c’erano gli alberi, il verde.

C’era persino il cinguettìo di qualche uccello, anch’esso sorpreso, ma non era un gran bel posto. Uno di quelli ai quali, tanto per intenderci, ci avevi abituati.

E poi stavamo camminando nella direzione opposta alle montagne.

Incominciavo a innervosirmi e, per la prima volta, un po’ deluso, stavo per gridarti:

“Ma dove ci stai portando Gianfranco?” – “Che cosa ti sei inventato stavolta?”.

A quel punto la strada ha fatto un paio di svolte e subito dopo, superando un dosso, è giunta in cima a una collina.

In basso appariva una pianura e, al centro di quella pianura si stagliava la sagoma rotonda di un grande lago. La giornata iniziava a spegnersi mentre il sole, al tramonto, sembrava aver scelto di andare a morire proprio lì, dentro quel lago che, attimo dopo attimo, si colorava sempre più di riflessi rosso fuoco.
Era uno spettacolo straordinario, anche perché il vento, che aveva soffiato tutto il giorno, all’improvviso era cessato, i rari uccelli avevano smesso di cantare e, al silenzio della natura si sommava quello dei nostri occhi spalancati, increduli, umidi.
Allora, soltanto allora, ho capito dove ci stavi portando.
Poi mi sono voltato indietro. Sullo sfondo c’erano ancora loro, le montagne innevate del nostro Appennino.
Era strano però, apparivano inspiegabilmente più grandi e maestose di quanto non lo fossero state al mattino.
Eppure quel giorno avevamo camminato in direzione opposta, allontanandoci da loro!
Ho stropicciato gli occhi, ho cercato di capire orientandomi e ho guardato ancora una, due, tre volte ma, ogni volta che le osservavo, quelle montagne mi sembravano sempre più grandi, immense, vicine.
Ne sono sicuro!
Tu, Gianfranco, non le avevi invitate ma loro camminavano con noi.

Mauro Calandrino

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NUVOLA

Ci siamo legati alle tue braccia volanti

pensando sfiorassero i sassi,

invece, inseguivano il cielo.

Ora che sei tornato nuvola,

ti cercheremo ogni volta,

dentro la tenera carezza della neve

Mauro Calandrino

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Trailer spedizione in Nepal

Formato AVI

Formato mpeg

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Damiana Chiesa

Vorrei qui ricordare Damiana. Come la ragazza soave che era.

L’ho conosciuta quando si era fidanzata, e poi sposata, con un caro amico.

Lavorava ancora presso la FAO a Roma. Solo in seguito si licenziò per andare a studiare all’Università della Tuscia.
In quel tempo vivevo nella campagna a Roma, vicino Ponte Galeria. Adesso è difficile crederlo, ma negli anni 1988-1990 la zona ove adesso vi è la nuova Fiera di Roma era aperta campagna. Quando ci venivano a trovare si notava per la sua bellezza ed il suo carattere: era sempre calma, mai adirata, mai con la voce alzata. I suoi erano separati, ed una volta portò in campagna sua madre, una donna intelligente che, prima di ammalarsi, andò a lavorare presso la Cooperativo Alce Nero: ogni volta che vedo un prodotto biologico di questa cooperativa, lo associo a sua madre.

Poi mi trasferii nel Viterbese, mentre lei andò a vivere per un certo periodo a Vitorchiano, un paesino molto vicino all’Università della Tuscia.
Ricordo una gita a cercare casolari nella vicina Umbria.
Andò in Australia: ritornò con una tovaglia con disegnati animali australiani, ed un piccolo vetro impiombato che rappresenta un pappagallo. Ogni volta che li vedo penso a lei, ed al freddo che deve aver patito.
Sapendo del suo russo, la ringraziavo con uno “spasiba”

Poi si separò, e come spesso succede, questo porta ad una divisione tacita delle frequentazioni.

I nostri rapporti erano però rimasti sereni, e lei era una persona squisita.
Nel dicembre 1992 fui ricoverato all’ospedale di Viterbo per una appendicite: lei mi venne a trovare e mi portò in dono “Il profeta” di Kahlil Gibran.

Fu l’ultima volta che la vidi.

Quando fui avvertito della sua morte, per telefono dal suo ormai ex marito, lui non fece altro che piangere ed urlare per 10 minuti: il loro divorzio era stato civile, come era lei, mai fuori le righe.

Cercare altre notizie sulla sua morte era difficile: Google è del 1998, ma posso dire che negli anni varie volte ho cercato di fare ricerche con il suo nome, sempre infruttuose.

Solo adesso ho trovato il link al vs sito, ed un articolo del Corriere della Sera del 14 ottobre 1997 che descrive la tragedia.
http://archiviostorico.corriere.it/1997/ottobre/14/Tormenta_alta_quota_morti_assiderati_co_5_9710142745.shtml

TRAGEDIA SULLE ALPI SVIZZERE
Tormenta in alta quota, morti assiderati due escursionisti

—————————————————————– TRAGEDIA SULLE ALPI SVIZZERE Tormenta in alta quota, morti assiderati due escursionisti LOCARNO
– La prima neve sulle Alpi svizzere Valmaggesi, a quota 2400, ha provocato due morti per assideramento. Le vittime, di una una comitiva di 6 persone che domenica erano dirette verso il rifugio Cristallina, sono Taddeo Quadranti, 45 anni, di Ronago (Como), e Damiana Chiesa, 34, cittadina italiana domiciliata a Bellinzona in Svizzera. La gita, organizzata dall’Associazione Amici del Trekking di Vacallo, prevedeva la partenza dal lago Naret dove erano state lasciate le auto: 5 – 6 ore di marcia, 1500 metri di dislivello.

Domenica alle 9.30 il piccolo gruppo si era incamminato quando gia’ un settimo escursionista aveva rinunciato. E dopo soli 15 minuti altri due gitanti si sono ritirati. I quattro rimasti, continuando la marcia, hanno raggiunto il rifugio verso le 15. Uno spuntino e poi di nuovo in cammino verso il passo del Naret.

E’ a questo punto che sono stati sorpresi dal maltempo. Banchi di nebbia gelida accompagnati da una fitta nevicata che in pochi minuti ha ricoperto tutto il sentiero sorprendendo i quattro escursionisti in abbigliamento non certo idoneo alle condizioni meteorologiche improvvisamente precipitate.

Allarmato dal fatto che il Quadranti e la Chiesa manifestavano segni di assideramento, il capogita ha deciso di proseguire da solo verso la diga del Naret, dove erano state parcheggiate le auto, per dare l’allarme lasciando sul posto ad assistere gli amici un quarto escursionista. Salita sull’auto la guida si e’ diretta verso Fusio ma, a causa del terreno scivoloso sempre per il maltempo, quasi subito ha perso il controllo del veicolo che e’ finito fuori strada.

Ha perciò dovuto continuare a piedi la disperata corsa in cerca di aiuto e ha potuto lanciare l’allarme, via radio, solo in località Grasso: erano gia’ le 23. Da due ore una colonna del Club alpino svizzero era stata allertata dalla polizia cantonale che aveva raccolto l’s.o.s lanciato da uno di coloro che aveva rinunciato all’escursione preoccupato del mancato rientro.

“Dopo i primi soccorsi al capogita – spiega Federico Terzi del Cas di Locarno – che accusava principi di assideramento, anche perché aveva lasciato alcuni vestiti ai suoi compagni in difficoltà, abbiamo raggiunto la zona segnalata ma solo dopo l’una di notte le grida disperate della donna rimasta ad assistere i due ci hanno condotti sul posto. Troppo tardi: Taddeo Quadranti e Damiana Chiesa non davano più segni di vita”.

De Carli Vittore

Pagina 49
(14 ottobre 1997) – Corriere della Sera

Non ho trovato altro: qualcuno forse può essere più preciso? In particolare: dall’articolo sembra che la sopravvissuta fosse rimasta ad assistere Damiana e l’altro escursionista. E’ plausibile? Oppure l’ultima donna si è salvata coperta dai corpi di Damiana e Taddeo Quadranti, prefigurando un atto di eroismo civile?

Comunque il carattere di Damiana, la sua capacità di indignarsi lo si può vedere in un’altra lettera che aveva scritto alla Posta di Montanelli 40 giorni prima di morire, corriere della sera del 29 agosto 1997:
http://archiviostorico.corriere.it/1997/agosto/29/sindaco_vale_meno_cuoco__co_0_97082910983.shtml

FERROVIE DELLO STATO Intercity inaffidabili Da un anno mi sono trasferita in Svizzera ma continuo a mantenere legami con Roma e ho potuto seguire l’evoluzione dei collegamenti ferroviari con la capitale. Innanzitutto rilevo la progressiva tendenza a limitare la capacità di scelta del viaggiatore. Il rapporto fra treni Eurostar (Alta Velocita’) o Intercity (o Eurocity) e treni Espresso e’ di tre a due e sono pressoché costretta a prendere l’Eurostar. L’affidabilità’ dei treni Intercity e’ quasi nulla: i ritardi oltre la mezz’ora sono frequenti e non si ha diritto ad alcun rimborso se oltre al supplemento non si e’ in possesso di prenotazione del posto. Mi sembra che le FS abbiano deciso di compensare il proprio deficit offrendo un servizio poco trasparente in alcuni casi e “di lusso” in altri. Sono d’accordo nel pagare il supplemento per l’Eurostar: ma perché non aumentare in modo uniforme il biglietto anche sugli altri treni ed evitare di prendere in giro il viaggiatore con supplementi che non garantiscono un aumento di qualità nel servizio? Damiana Chiesa, Bellinzona

Damiana, sei scomparsa a 34 anni, ben 13 anni fa: oggi saresti una bella signora di 47 anni, e il tuo ricordo vaga ancora, persino fra le tue maestre delle elementari.

I tuoi verdi occhi sarebbero sempre bellissimi, e la tua voce soave.

“Brevi furono i miei giorni fra voi, e ancora più brevi le parole da me pronunciate.
Ma se la mia voce dovesse affievolirsi nelle vostre orecchie,
E il mio amore svanire dal vostro ricordo, allora io tornerò, e parlerò con cuore più ricco e labbra più cedevoli allo spirito.
Sì, io ritornerò con il riflusso.
E benché la morte possa nascondermi, e il più grande silenzio avvilupparmi, ancora una volta cercherò la vostra comprensione.
E non cercherò invano.
Se quanto ho detto è verità, quella verità vi si manifesterà con voce più chiara e con parole più affini ai vostri pensieri”

Kahlil Gibran “Il profeta”

Ciao Damiana. Che la terra ti sia lieve.

Se qualcuno sa dove è sepolta, lo comunichi per favore.

Maurizio Gaeta
gaetamaurizio@hotmail.com

26 marzo 2010

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Un ricordo di Damiana da un suo collega di università

Damiana me la ricordo bene, eravamo inquilini alla casa dello studente di Viterbo dove studiavamo all’Università.
E mi ricordo molto bene anche il suo dolcissimo sorriso la sua pacatezza che forse nascondevano anche un po’ di timidezza…. le le mille e chiaccherate la sera, in sala televisione..
Dopo la laurea le nostre strade hanno preso direzioni diverse, lei per le montagne ed io nel mondo delle malattie delle piante..

La notizia della sua atroce morte mi ha letteralmente sconvolto e ancora oggi, a distanza di cosi tanti, anni non riesco a farmene una ragione..
Ogni emozione che ho provato e che provo la tengo dentro di me però sappi, Damiana, che sarai sempre un esempio nel mio lavoro dove cercherò di mantenere vivo il tuo amore per la natura e l’ambiente…

Un abbraccio forte forte
Enrico Chiarot

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Ciao Damiana,
è passato molto tempo da quando il gelo ti ha avvolto nel suo abbraccio. Non ti ho mai dimenticata. Eri una persona così particolare.. non passavi certo inosservata con i tuoi capelli rosso fuoco e gli occhi verdissimi e con il tuo nome risorgimentale.

Ricordo quando sei venuta a propormi di organizzare escursioni per gli stranieri e io ti ho chiesto: inglese o francese? E tu mi rispondesti semplicemente: no, in russo. Ancora conservo il floppy con la tua locandina in cirillico, chissà cosa c’è scritto….

Ho saputo del tuo destino all’improvviso. Ti sapevo in viaggio con amici in Svizzera. Ci eravamo visti un mese prima e avevamo parlato a lungo della tua voglia di trovare un punto di stabilità nella tua vita, di dare un senso forte alla tua scelta di fare l’accompagnatore escursionistico.

Non ho subito capito che parlavano di te. Ho sentito di turisti sorpresi dalla tormenta e tra loro italiani…poi mi hanno detto che l’italiana eri tu.

Ho cercato notizie più precise e ho letto i giornali svizzeri per capire cosa fosse successo e mi sono figurato tutto come in un documentario tragico della mente.

Vi ho visti partire per una passeggiata in montagna: in sei, tempo bello, fine estate, felpe e calzoncini, una passeggiata facile fino al rifugio, uno spuntino, due risate, il ritorno nei colori del tramonto. Già arrivati al parcheggio il tempo si oscura, l’amico che conosce il posto insiste: siamo vicini, ormai è stupido tornare indietro, ci roviniamo la giornata… non so cosa abbia detto per convincere voi tre. Sì, perché una coppia rinuncia e vi lascia: la radio dice che il tempo brutto avanza velocemente. Il cielo è nero. Che facciamo? Si va ugualmente. Chissà forse hai cercato di dissuaderli, forse hai pensato: è meglio che resto con loro, ormai sono decisi, posso essere d’aiuto.

Si va veloci mentre comincia a nevicare prima piano poi pesantemente, andiamo, manca poco, arriviamo al rifugio e ci fermiamo lì, tanto è gestito e aperto.

Non sapevano che il gestore, sentita la previsione meteo disastrosa, in assenza di prenotazioni, da svizzero preciso aveva chiesto di poter chiudere e se n’era andato solo mezz’ora prima del loro arrivo, prendendo un altro percorso per arrivare al parcheggio.

Porc.. è sbarrato, se n’è andato.. ecco le impronte.. che freddo.. che facciamo? Torniamo indietro.. no seguiamo le orme.. veloci! Veloci!
La neve cade e cade e cade… intralcia il passo,,, il vento ti turbina intorno,,, non ci si vede,,, che freddo.. non ce la faccio più! Mi fermo un po’! Non bisogna fermarsi –ti sento dire nella mia mente
-avanti ti tengo io, andiamo… datemi una mano…

Ecco il momento fatale: l’amico che conosceva il posto si rende conto che manca poco al parcheggio e magari può trovare il gestore o qualcuno che si è attardato… vado avanti, se trovo qualcuno lo mando a chiedere aiuto.. voi seguite le mie orme.. coraggio.. siamo vicini..

In breve supera le poche centinaia di metri dall’auto tirando fuori tutte le sue energie perché forse si sente colpevole del dramma che sta travolgendoli, ma lì non c’è nessuno e la neve già quasi copre la macchina… bisogna metterla in moto sennò non ce la facciamo a scappare da qui… togli la neve con le mani diventate blu dal gelo, infila la chiave e gira e gira e prova e prova.. parte! parte! Via usciamo da qui!!

-vedo l’auto che si scrolla della coltre di neve e sbalza in avanti, vedo l’auto che slitta e gira su se stessa, vedo l’auto che si rovescia nella cunetta, vedo lui che sbatte la testa e resta immobile-

-vedo Damiana che cerca di non far capire che è disperata, vedo gli amici, lui ormai livido dal freddo non ce la fa non ce la fa, lei non ha più forze, è stravolta, si dispera, Damiana li incita ancora, non ce la fanno, basta basta, non posso non posso andare avanti, lasciaci qui lasciaci basta… basta-

Damiana cosa hai pensato? Io ti ricordo Damiana, ti ricordo generosa, ti ricordo sensibile, ti ricordo tenace.. Damiana avevi già scelto? Hai deciso in quel momento? Non vi lascio no non vi lascio, adesso arriveranno, stringiamoci, facciamoci calore, adesso arrivano, non possono essere lontani…

Il tuo amico si riprende, è stordito, la macchina è inutilizzabile, esce e si avventa sulla strada, vaga finché la tormenta non è più che un muro grigio vorticante… è finita, pensa, è finita. Ecco invece che bagliori dorati fendono la cortina di grigio: è una casa siamo salvi! Aiuto! Aiuto!

-gli svizzeri sono efficienti e allertati, in un’ora arrivano i soccorsi alla casa, un’altra ora per raggiungere Damiana, due ore erano già passate, forse si sarebbe potuta salvare se avesse lasciato i suoi amici, forse si sarebbe potuta salvare se non fosse stata lei a coprirli col suo corpo-

Si salverà solo l’amica, al centro del gomitolo di corpi. Damiana no.

Il tuo abbraccio Damiana ha salvato una vita, il tuo abbraccio caldo, sincero. Il tuo abbraccio e il tuo ricordo ci avvolge ancora. Ho ancora il tuo misterioso floppy con me.

Ciao Damiana Chiesa.
Antonio Citti

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Il ricordo della sua maestra

Vorrei ricordare Damiana.
Ho appreso la notizia solo adesso dopo tanti anni di distanza, per puro caso navigando in internet.
Sono stata la sua insegnante di quinta elementare nella scuola “Francesco Crispi” di Roma nei lontani anni ’70.
Era una ragazza straordinaria ma non solo perché era la più brava della classe,eccellendo in tutte le materie, ma per la sua incredibile umanità che la portava soprattutto a porgere il proprio aiuto ai più deboli. ho sempre conservato di lei un ricordo bellissimo.
Mi unisco nel cordoglio di tutti.

Gabriella Dennetta

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Salvatore Ricci

L’aspetto più vivido del ricordo di Salvatore sicuramente è legato alla sua figura. Il viso forte, gli occhi intensi e profondi, la criniera bianca che circondava il viso e la voce profonda: un’immagine inconfondibile che ne accentuava il carisma personale, facendolo spiccare in ogni occasione collettiva.

Un organizzatore nato, con la capacità di progettare e, soprattutto, realizzare i progetti in cui si imbarcava.

E’ per questo aspetto che ci siamo trovati ben presto in sintonia e abbiamo cominciato ad intrecciare i nostri percorsi.

Salvatore aveva sviluppato la propria passione di escursionista coniugandola alla propria naturale attitudine all’attivismo sociale e politico e all’amore per la natura. Un tale cumulo di interessi e attività condotte in prima persona lo ha portato a cercare concretezza nelle strutture organizzative della Biolca nella Legambiente e di Sentiero Verde nella FIE.

Ricordo le discussioni in cui si cercava di dare regole alla nascente FIE Lazio e ricordo il contributo di chiarezza fornito molto spesso da Salvatore con la pacatezza dei suoi interventi che riuscivano a esorcizzare i bizantinismi e le evoluzioni dialettiche di alcuni altri.

Durante il corso di formazione per Accompagnatore Escursionistico Nazionale della FIE di cui aveva accettato il ruolo di coordinamento, discutendo con lui dei metodi da adottare per coinvolgere più escursionisti nella gestione consapevole e organizzata delle associazioni e dare un sostanziale orientamento ambientalista e sociale al mondo degli escursionisti, allora dominato dalle figure da “macho” e dalla competitività, abbiamo trovato molti punti in comune e si è sviluppata tra noi una forte amicizia.

Un’amicizia improntata al rispetto, al piacere delle mete in montagna condivise e alla consapevolezza di essere uniti nello sforzo per far nascere un nuovo tipo di accompagnatore e una nuova mentalità tra gli escursionisti.

Giudicate voi quanti e quali siano stati i risultati.

Volevamo anche affrontare i nodi di un modo verticistico e settario di intendere l’organizzazione e cominciammo a discutere di come fare per formulare un progetto comune tra la Legambiente e FIE sulla sentieristica nel Lazio con l’obiettivo di arrivare anche ad avere una rete logistica di rifugi simile a quella del Nord.

Per questo sogno intendeva approfittare del tempo libero offerto dal pensionamento: purtroppo la malattia che lo ha colpito non glie ne ha dato la possibilità.

La forza d’animo con cui ha affrontato il male, battagliando a testa alta, riportando vittorie entusiasmanti anche se effimere, mi ha fatto conoscere l’aspetto più determinato del suo carattere.

La capacità di procedere, cercando di condurre una vita normale, mantenendo viva finché le forze lo hanno sostenuto la passione più vera, quella per le escursioni e la montagna, ne hanno scolpito la figura nella memoria di tutti .

Damiana e Salvatore

Se ciò è possibile, ovunque sia, sono convinto che Salvatore si sta dando da fare per migliorare il posto in cui si trova.

Ogni volta che un’escursionista percorrerà il Sentiero della Pace sappia che è nella forza del tuo ricordo che abbiamo trovato la tenacia per portare a compimento questo sogno ed è per questo che lo abbiamo dedicato a te.

Buone escursioni Salvatore.
Antonio Citti

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Massimo Copponi

Da quando ci siamo conosciuti Massimo era circondato da una fama di persona sfortunata. Sarà perché in quella manifestazione studentesca fu l’unico ad essere fermato dalla polizia, sarà per il suo carattere un po’ ombroso che contrastava con la sua energia e voglia di agirMASSIMO_COPPONI.jpg (144559 byte)e, di essere presente. Per questo ci siamo a volte rincontrati: sia nella mia breve esperienza sindacale che per lui divenne un vero e proprio impegno facendolo diventare uno dei responsabili dell’Unione Sindacale Italiana, che occasionalmente durante le escursioni.

In questi incontri Massimo maturò l’idea di approfondire la conoscenza della montagna e delle tecniche di orientamento seguendo il corso di AEN e condivise questa scelta con la sua compagna, Maria.

Spesso, durante i due anni di durata del corso, mi accorgevo che riusciva a fatica a reggere fino alla fine alla stanchezza, che immaginavo dovesse lo appesantisse per il lavoro e le riunioni sindacali e gli impegni familiari, resi pressanti dai problemi della madre e dalla nascita di un figlio.

Guadagnato entrambi l’attestato, iniziò il loro impegno di accompagnatori, limitato ma costante, coinvolgendomi anche in qualche itinerario nella Tuscia, che entrambi amavamo e cercavamo di frequentare.

La scomparsa della cognata, Lucia Massetti, una delle prime socie di Sentiero Verde, a causa di un tumore; la comparsa di una grave forma di depressione in Maria dopo la perdita del lavoro; il suo inaspettato suicidio: una serie di eventi terribili a cui Massimo aveva fatto fronte con grande coraggio e forza d’animo, prendendosi il carico del figlio e cercando di stemperare nel lavoro nella biblioteca comunale APPIA di via La Spezia e come RSU nell’USI, il peso del dramma impostogli dalla vita.

In questo periodo riuscimmo anche a fare un’escursione insieme alla necropoli etrusca di Norchia e ci riproponemmo di organizzare iniziative per la FIE nella sua biblioteca.

Lo stress e il dolore però gli hanno impedito di realizzare i suoi propositi e l’hanno stroncato nel sonno senza preavviso il 21 dicembre 2003.

Ciao Massimo. Non posso non pensarti ancora intento a organizzare qualcosa là dove sei ora.

Prepara qualche sentiero anche per noi.

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Roberto Pelloni

E’ stato tra i primissimi soci di Sentiero Verde e io vorrei che fosse ricordato per la sua disponibilità e bontà, nonostante il carattere un po’ chiuso, da vecchio montanaro, come in questa foto, mentre veglia premurosamente gli amici che dormono sfiniti da una lunga camminata nel Parco d’Abruzzo.

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